E se il calcio e lo sport fossero davvero lo specchio della società? Ne stiamo parlando dall’inizio dei Mondiali di calcio, ispirati dagli aspetti del business che non guarda in faccia nessuno. Gli affari sono affari, bellezza. La forza del calcio e dello sport è quella di essere un gioco. Se qualcuno lo dimentica, dobbiamo essere lì a ricordarlo, in ogni occasione. Perché? “Perché di attività brutali e violente è pieno il mondo, non c’è bisogno che ci si metta anche lo sport o il calcio” afferma Fabio Lucidi, prorettore alla terza e quarta missione di Sapienza, Università di Roma. Lo abbiamo incontrato a Roma, in occasione della giornata conclusiva del progetto Uisp Edusport.
“Lo sport è un comportamento come lo è l'attività fisica e dietro i comportamenti c'è bisogno di un motivo, altrimenti quel comportamento non viene messo in atto - dice il professor Fabio Lucidi - Il motivo che spesso viene fornito per suggerire la pratica sportiva è quello della salute. Bisogna chiedersi se questo è un motivo efficace, perché è un motivo che si proietta di là lontano nel tempo, specialmente per i più giovani ed è un motivo che in qualche maniera molto spesso viene considerato sì importante, ma molto neutro, molto scarsamente ed effettivamente connotato”.
“Sono molto più connotate le soddisfazioni dei bisogni immediati, come quello di socialità, come quello di autonomia e di competenza. Penso dunque che lo sport per aiutare le persone ad avvicinarsi a esso, dovrebbe lavorare molto fortemente sulla soddisfazione di questi bisogni”.
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Sport e educazione al movimento. Una volta avremmo detto educazione fisica, ancora prima ginnastica. Sono la stessa cosa?
“Lo sport è prevalentemente un gioco. Educazione al movimento è un modello educativo. Ma attenzione, perché, è molto più attraente un gioco che una materia. E dunque, per proporre processi educativi, non bisognerebbe chiamarli educazione”.
Eppure quando Pierre De Coubertin ritirò fuori l'idea dello sport classico utilizzò il termine Giochi. Oggi parlare di gioco, soprattutto pensando al calcio e a questi Mondiali, sembra anacronistico. C'è ancora un po' di gioco in questo sport stellare?
“Mettiamola così: se non c'è questo aspetto, se il gioco stellare non avrà più bisogno dei bambini che lo giocano, i bambini non avranno più bisogno del gioco stellare. Il calcio rimarrà uno spettacolo per pochissimi, particolarmente esclusivo, con biglietti che costano fino a 11.000 euro o dollari. Però attenzione, è molto molto facile costruire dei sistemi esclusivi, poi sarà difficile riportare tutte le persone a partecipare a essi. Come si fa a essere convincenti? Pensando proprio ai bambini. Pensiamo a come siano inefficaci i messaggi prescrittivi. Per esempio: devi mangiare questo anziché quell'altro, mangia la mela anziché la merendina, fai attività fisica perché fa bene. Tutta roba che allontana, non avvicina. Il problema è quello di riuscire a mettersi nei panni degli altri. È molto difficile che qualcuno possa prescrivere a un adulto: ‘Vai d'accordo con tuo figlio o vai d'accordo con tua moglie’. E anche queste sono cose che fanno bene. Eppure non funzionano a comando… “.
“È molto meglio costruire condizioni favorevoli e opportunità. Pensiamo all’impiantistica o anche alle opportunità e alle occasioni che si possono creare nei parchi o nei contesti di vita e di lavoro, dove poter fare attività sportiva. E poi bisogna costruire modelli organizzativi centrati sul piacere delle persone di far quel tipo di attività. Tornando all’esempio che facevo: riesco ad andare d'accordo con mia moglie se mi fa piacere, non perché me lo ordina il dottore”.
Parliamo di valori e concludiamo. Renzo Ulivieri, presidente dell’Associazione Italiana Allenatori di Calcio, dice "Lo sport ha valori se ce li metti”. Ti chiediamo: lo sport ha dei valori in sé oppure ha dei valori solo se ce li metti?
"La costruzione del gioco non fa riferimento a un paradigma neutro, ma il gioco nasce per testimoniare alcuni elementi valoriali. Si racconta che lo sport olimpico derivi da Olimpia e dalle prime Olimpiadi. Si tratta di un'assoluta menzogna, quel tipo di sport rappresentava una dimensione brutale. La disciplina più praticata e più seguita era il pancrazio, un combattimento tra uomini senza esclusione di colpi. Quel tipo di situazione, per quanto raccontata come il primo sport, non ha niente a che vedere con la costruzione che ne è derivata successivamente, all'incrocio tra i valori della Rivoluzione francese e delle public school inglesi. Lo sport moderno nasce da quel sistema lì. Se si stacca da quel sistema diventa semplicemente competizione brutale. E di attività fisiche violente è pieno il mondo e non si chiamano sport”.
Un titolo per chiudere, professor Fabio Lucidi.
“Torniamo a divertirci”.
(a cura di Ivano Maiorella)